mercoledì 30 giugno 2010

La benedizione

La gente inizia ad arrampicare perchè soffre le regole e i regolamenti, e Dio benedica queste persone.

John Gill

Il vento del cambiamento

Ci sono momenti nella vita in cui ci si accorge che niente sarà più come prima. A volte il vento del cambiamento ci lascia con l'amaro in bocca portandoci via qualcosa a cui teniamo, a volte lo stesso vento, soffiando leggero, ti regala qualcosa di bello ed assolutamente inaspettato. E quel giorno d'estate la brezza del lago, che soffiava decisa rinfrescando il mio corpo dal calore del sole che spariva dietro la parete, mi ha portato davvero qualcosa di speciale.

Andrea Berlese
[da VerticalMente]

giovedì 24 giugno 2010

Pensieri di montagna

Arrocca nel feudo sulla Montagna la rabbia, come acqua sulle dighe, piombo fuso cade a stracci, quando tutto tracima...

Marco Romano, Pensieri di Montagna
[per gentile concessione dell'autore]

mercoledì 23 giugno 2010

Un paese di pianura per quanto sia bello, non lo fu mai ai miei occhi. 
Ho bisogno di torrenti, di rocce, di pini selvatici, di boschi neri, di montagne, di cammini dirupati ardui da salire e da discendere, di precipizi d'intorno che mi infondano molta paura.

Jean-Jacques Rosseau

lunedì 21 giugno 2010

Senza ritorno

[omissis]
Ma non mi sentivo soltanto invaso dalla paura, il mio stato d’animo non ruotava esclusivamente intorno al rimpianto del senso di sicurezza legato al concetto di casa; il timore per ciò che avrei incontrato lassù era intessuto di attrazione e desiderio di mettermi alla prova accogliendo la sfida: mi sentivo irresistibilmente risucchiato e nessuna forza al mondo avrebbe potuto trascinarmi via.
Quale straordinaria sensazione doveva scaturire dall’essere appeso come un ragno nel mezzo di una parete alta mille e cinquecento metri, liscia e verticale. Sarebbe stata un’emozione mai provata, e inoltre sapevo che la parete non presentava di per sé pericoli oggettivi.
Era difficile, pazzescamente difficile, ma non pericolosa: solo roccia compatta, nessun rischio di valanghe o blocchi che si staccano, e sarebbe stato facile ridiscendere dalla via di salita.
Ma la paura restava comunque: paura dell’ignoto.
Non sapevo di preciso che cosa mi intimorisse; non il pensiero che la corda potesse rompersi, perché questo non succede se non negli incubi; né mi preoccupavo dei chiodi che avrebbero potuto venire via, o del cattivo tempo.
Ero conscio che avevamo l’attrezzatura necessaria per affrontare praticamente ogni evenienza.
Non avevo paura di morire, non avevo mai contemplato questa eventualità... sempre che fossi stato sincero con me stesso. Ma lo ero realmente?
Forse era proprio di me stesso che avevo paura, paura delle mie reazioni, paura di provare paura?
Il Trango agiva come un’enorme calamita con due poli, uno che attirava e l’altro che respingeva. Talvolta esercitava entrambe le forze allo stesso tempo, sia un’attrazione verso la parete, sia la paura di essa.
[omissis]

dal cap. 2 di Senza Ritorno - Hans Christian Doseth ed. Alpine Studio

Il gusto di scoprire

Se ti è nato il gusto di scoprire non potrai che sentire il bisogno di andare più in là.

Walter Bonatti

venerdì 18 giugno 2010

La montagna, noi, il cielo

Sulla montagna sentiamo la gioia di vivere,
la commozione di sentirsi buoni
e il sollievo di dimenticare le miserie terrene.

Tutto questo perchè siamo più vicini al cielo.


Emilio Comici

mercoledì 9 giugno 2010

Profumo di primavera ai piedi della Palla Bianca

Riporto questo racconto che ho trovato sul sito passione montagna (link diretto qui)
La complicità che instaura la montagna è qualcosa di unico e indimenticabile.
Credo che Sara e Gianni, i protagonisti del racconto, lo sappiano bene.
Non si esplicita mai il meccanismo dell'intesa perfetta, ma trapela dagli sguardi, dai gesti, nelle parole.

Siamo fermi da più di un’ora; la nebbia che ci circonda non accenna a diradarsi.
Visibilità zero.
Questa mattina non c’era una sola nuvola in cielo; ora invece siamo bloccati qui al Passo della Palla Bianca a considerare seriamente la possibilità di ritornare indietro sulle nostre tracce.
Dura da mandare giù anche perché la nebbia ci ha già costretto a rinunciare a raggiungere la cima.
Siamo partiti dal Rifugio Bellavista con il cielo blu cobalto. L’idea era quella di compiere la traversata sci-alpinistica da Maso Corto a Melago, poi - sul più bello - ecco la nebbia ed il cambio di programma. Cielo blu cobalto, in primo piano il Rifugio Bellavista.
Una fascia di nuvole cinge la montagna; è sempre molto difficile valutarne l'ampiezza. Una sola cosa è certa: sotto di noi, ad un centinaio di metri di dislivello, c’è un lungo crepaccio trasversale. Con un minimo di visibilità, la soluzione più soddisfacente dal punto di vista sciistico sarebbe superarlo rimanendo alti sul versante destro del pendio. Oggi però bisognerà pensare a qualche cosa d'alternativo.
Già, facile a dirsi.

Sento un grosso peso sulle spalle e non si tratta solo di quello dello zaino. Il tempo passa e bisogna prendere una decisione rapidamente. Siamo in sette; mentre qualcuno approfitta della sosta per bere e mangiare qualcosa, altri si stanno preparando per la discesa.
Cerco di mantenere la calma e di darmi un contegno, il mio ruolo di "capogita" lo impone; consulto la carta e gli strumenti: non ci sono dubbi sul dove siamo, ma sul dove andare si.
Per fortuna ieri sera in rifugio, dopo cena, abbiamo studiato l’itinerario sulla carta individuando i possibili punti critici prevedendo anche quest'eventualità. Esserci davvero dentro è però completamente diverso.
Sono un po’ preoccupato anche perché gli amici si fidano ciecamente del sottoscritto e non sembrano avere dubbi sul da farsi e cioè scendere.
Qualcuno sembra voler partecipare "attivamente" alla soluzione del problema. Sara, che è dietro di me, tocca il mio braccio con un bastoncino da sci. Mi giro:
- "Mi sembra che la situazione sia abbastanza critica".
- "Già".
- "Sei già sceso altre volte da questo versante?".
- "No, purtroppo".

Sara è con noi per la prima volta; è amica di Gianni che l’ha presentata come sci-alpinista esperta ed in gamba. Si avvicina: "Io sono scesa a piedi due anni fa". Si toglie i guanti per scartare una barretta di cioccolato offrendomene una porzione e poi aggiunge: "C’è un lungo crepaccio trasversale sotto di noi. Anche quella volta ha creato qualche difficoltà".

Ora sono un po’ sollevato. Condividere queste decisioni con qualcuno è sempre fonte di conforto; ne approfitto immediatamente:
- "Ho pensato di aggirarlo sulla sinistra; che cosa ne dici?".
- "L’altra volta c’era un’ottima visibilità. Siamo passati a destra per non allungare troppo anche se il crepaccio era più largo. Qualcuno che c’era già stato ricordava però che sull’altro versante del pendio la larghezza era inferiore. Con le attuali condizioni meteorologiche, forse è meglio fare come dici tu".
La pensiamo allo stesso modo; affronteremo il crepaccio sulla sinistra.
Ora è giunto il momento di mettere al corrente tutti gli altri e dare qualche "suggerimento": discesa in traccia per ca. 100 mt. di dislivello eventualmente effettuando curve con apertura controllando la velocità, poi traverso a sinistra sempre con andatura moderata. Nessuno deve rimanere indietro; l’ultimo, Sara, ha il compito di avvisare se qualcuno è in difficoltà. Ci si ferma a monte del compagno che precede. Per prudenza indossiamo l’imbracatura tenendo a portata di mano moschettoni e cordini.

Sara è vicino a me e, mentre si sistema lo zaino sulle spalle, accenna ad un sorriso e mi dice: "Vedrai che andrà tutto bene". Ha capito che sono un po’ teso; la sua determinazione mi dà coraggio.
Si è tolta gli occhiali per pulirli; anch’io sto completando la stessa operazione. I nostri sguardi s’incrociano per un attimo. Ora tra noi si è stabilita una tacita intesa: portare giù il gruppo senza compiere errori.

Partiamo. Il gruppo si comporta bene. Ogni tanto sento Sara che urla a chi la precede di stare in traccia. Mi giro per controllare la situazione. La neve è buona e la sciata potrebbe essere fantastica se potessimo vedere qualche cosa.
Non è semplice tracciare la direzione giusta. Mi muovo ed ho la sensazione d'essere fermo; poi - invece - il contrario.
La cosa importante ora è non scendere troppo, altrimenti finiamo diritti dentro al crepaccio. Mi fermo e controllo l’altimetro.
La visibilità è leggermente migliorata. Ci siamo: è il momento di traversare verso sinistra. Il gruppo è dietro di me e, grazie a Sara, in perfetto assetto di navigazione. Finalmente raggiungiamo le rocce. Ci fermiamo; il crepaccio in questo punto non è largo più di quaranta o cinquanta centimetri. Ultimi suggerimenti in un silenzio generale: scendere diritti seguendo le mie tracce fino a circa una decina di metri sotto il crepaccio e poi traversare verso destra.
Tutto fila liscio; quando anche Sara - che chiude la comitiva - passa, partiamo tutti per un lungo traverso che ci riporta sulla verticale del punto di partenza.
Scendendo di quota la visibilità migliora progressivamente. La manovra è stata più facile del previsto. Sento già dietro di me qualcuno che scalpita e qualche urlo liberatorio.
Verso la cima ancora nuvole ma sopra di noi e verso valle l’azzurro sta per farla da padrone. L'Eisbrüke
Ci fermiamo ad ammirare il giusto premio alla nostra fatica. In alto a destra possiamo ammirare l’Eisbrüke, mentre sotto di noi si estende la Vedretta di Vallunga; dietro di noi la nebbia si è un po’ diradata ma la visibilità è ancora ridotta.
Ora ognuno può dare libero sfogo alle proprie abilità sciistiche su di una neve perfetta. Puntiamo verso il Rifugio Pio XI con l’idea di fare una sosta per mangiare qualche cosa e goderci l’ultimo sole. Poi ci inoltreremo nella parte bassa della Vallunga verso Melago dove abbiamo l’appuntamento con il taxi che ci riporterà a Maso Corto.
Sono le due e mezza del pomeriggio di una domenica di metà aprile veramente indimenticabile. Ho deciso di starmene seduto con la schiena appoggiata al muro del rifugio a godermi con gli occhi chiusi un bellissimo sole primaverile.

Bevo l’ultimo sorso di tè che mi è rimasto nel thermos. Le voci e gli schiamazzi degli amici si fanno sempre più lontani.
Dal ghiacciaio, che è sotto di noi, arrivano ventate d'aria fresca, carica di un profumo che solo in questo ambiente ed in questa stagione si può percepire.
E’ una miscela d'odore di neve, di terra bagnata, di mughi e d'erba.
E’ un vero e proprio "massaggio", non solo per le mie narici e per i miei polmoni ma anche per il mio spirito.
Apro gli occhi. Gli amici mi chiamano. Gianni si avvicina; mi dà una gran pacca sulla spalla e mi apostrofa dicendo: "Te la sei vista brutta là in alto, eh?… Ti si leggeva in faccia che non sapevi più che pesci pigliare. Hai girato e rigirato quella carta una decina di volte, per non parlare poi della bussola e dell’altimetro che sono invecchiati di botto di almeno dieci anni. Ma ne siamo usciti bene anche questa volta. Bravo il nostro CAPOGITA!".

Vorrei dirgli che il merito non è mio ma di Sara, ma non so come spiegarglielo e da quale parte iniziare. Meglio lasciare perdere.

Diamo un ultimo sguardo verso la Palla Bianca, ora finalmente è completamente visibile e inondata dalla luce del sole. E’ bellissima.

Scivoliamo velocemente verso Melago. Siamo puntuali all’appuntamento con il taxi. Il tempo necessario al viaggio di ritorno è all’inizio piacevolmente impegnato in chiacchiere e programmi per le prossime uscite. Poi la stanchezza prende il sopravvento e ci assopiamo.
Ognuno rincorre i propri pensieri.
Mentalmente scorro il "film" della giornata. Bella, bella davvero, nonostante il cambio di programma.
Sara ha gli occhi chiusi; la testa appoggiata sulla spalla di Gianni che le è seduto accanto.
Bravo Gianni. Avevi proprio ragione: Sara è veramente in gamba!