Riporto questo racconto che ho trovato sul sito passione montagna (link diretto qui)
La complicità che instaura la montagna è qualcosa di unico e indimenticabile.
Credo che Sara e Gianni, i protagonisti del racconto, lo sappiano bene.
Non si esplicita mai il meccanismo dell'intesa perfetta, ma trapela dagli sguardi, dai gesti, nelle parole.
Siamo fermi da più di un’ora; la nebbia che ci circonda non accenna a diradarsi.
Visibilità zero.
Questa
mattina non c’era una sola nuvola in cielo; ora invece siamo bloccati
qui al Passo della Palla Bianca a considerare seriamente la possibilità
di ritornare indietro sulle nostre tracce.
Dura da mandare giù anche perché la nebbia ci ha già costretto a rinunciare a raggiungere la cima.
Siamo
partiti dal Rifugio Bellavista con il cielo blu cobalto. L’idea era
quella di compiere la traversata sci-alpinistica da Maso Corto a Melago,
poi - sul più bello - ecco la nebbia ed il cambio di programma. Cielo
blu cobalto, in primo piano il Rifugio Bellavista.
Una fascia di
nuvole cinge la montagna; è sempre molto difficile valutarne l'ampiezza.
Una sola cosa è certa: sotto di noi, ad un centinaio di metri di
dislivello, c’è un lungo crepaccio trasversale. Con un minimo di
visibilità, la soluzione più soddisfacente dal punto di vista sciistico
sarebbe superarlo rimanendo alti sul versante destro del pendio. Oggi
però bisognerà pensare a qualche cosa d'alternativo.
Già, facile a dirsi.
Sento
un grosso peso sulle spalle e non si tratta solo di quello dello zaino.
Il tempo passa e bisogna prendere una decisione rapidamente. Siamo in
sette; mentre qualcuno approfitta della sosta per bere e mangiare
qualcosa, altri si stanno preparando per la discesa.
Cerco di
mantenere la calma e di darmi un contegno, il mio ruolo di "capogita" lo
impone; consulto la carta e gli strumenti: non ci sono dubbi sul dove
siamo, ma sul dove andare si.
Per fortuna ieri sera in rifugio, dopo
cena, abbiamo studiato l’itinerario sulla carta individuando i possibili
punti critici prevedendo anche quest'eventualità. Esserci davvero
dentro è però completamente diverso.
Sono un po’ preoccupato anche
perché gli amici si fidano ciecamente del sottoscritto e non sembrano
avere dubbi sul da farsi e cioè scendere.
Qualcuno sembra voler
partecipare "attivamente" alla soluzione del problema. Sara, che è
dietro di me, tocca il mio braccio con un bastoncino da sci. Mi giro:
- "Mi sembra che la situazione sia abbastanza critica".
- "Già".
- "Sei già sceso altre volte da questo versante?".
- "No, purtroppo".
Sara
è con noi per la prima volta; è amica di Gianni che l’ha presentata
come sci-alpinista esperta ed in gamba. Si avvicina: "Io sono scesa a
piedi due anni fa". Si toglie i guanti per scartare una barretta di
cioccolato offrendomene una porzione e poi aggiunge: "C’è un lungo
crepaccio trasversale sotto di noi. Anche quella volta ha creato qualche
difficoltà".
Ora sono un po’ sollevato. Condividere queste decisioni con qualcuno è sempre fonte di conforto; ne approfitto immediatamente:
- "Ho pensato di aggirarlo sulla sinistra; che cosa ne dici?".
-
"L’altra volta c’era un’ottima visibilità. Siamo passati a destra per
non allungare troppo anche se il crepaccio era più largo. Qualcuno che
c’era già stato ricordava però che sull’altro versante del pendio la
larghezza era inferiore. Con le attuali condizioni meteorologiche, forse
è meglio fare come dici tu".
La pensiamo allo stesso modo; affronteremo il crepaccio sulla sinistra.
Ora
è giunto il momento di mettere al corrente tutti gli altri e dare
qualche "suggerimento": discesa in traccia per ca. 100 mt. di dislivello
eventualmente effettuando curve con apertura controllando la velocità,
poi traverso a sinistra sempre con andatura moderata. Nessuno deve
rimanere indietro; l’ultimo, Sara, ha il compito di avvisare se qualcuno
è in difficoltà. Ci si ferma a monte del compagno che precede. Per
prudenza indossiamo l’imbracatura tenendo a portata di mano moschettoni e
cordini.
Sara è vicino a me e, mentre si sistema lo zaino sulle
spalle, accenna ad un sorriso e mi dice: "Vedrai che andrà tutto bene".
Ha capito che sono un po’ teso; la sua determinazione mi dà coraggio.
Si
è tolta gli occhiali per pulirli; anch’io sto completando la stessa
operazione. I nostri sguardi s’incrociano per un attimo. Ora tra noi si è
stabilita una tacita intesa: portare giù il gruppo senza compiere
errori.
Partiamo. Il gruppo si comporta bene. Ogni tanto sento
Sara che urla a chi la precede di stare in traccia. Mi giro per
controllare la situazione. La neve è buona e la sciata potrebbe essere
fantastica se potessimo vedere qualche cosa.
Non è semplice tracciare la direzione giusta. Mi muovo ed ho la sensazione d'essere fermo; poi - invece - il contrario.
La cosa importante ora è non scendere troppo, altrimenti finiamo diritti dentro al crepaccio. Mi fermo e controllo l’altimetro.
La
visibilità è leggermente migliorata. Ci siamo: è il momento di
traversare verso sinistra. Il gruppo è dietro di me e, grazie a Sara, in
perfetto assetto di navigazione. Finalmente raggiungiamo le rocce. Ci
fermiamo; il crepaccio in questo punto non è largo più di quaranta o
cinquanta centimetri. Ultimi suggerimenti in un silenzio generale:
scendere diritti seguendo le mie tracce fino a circa una decina di metri
sotto il crepaccio e poi traversare verso destra.
Tutto fila liscio;
quando anche Sara - che chiude la comitiva - passa, partiamo tutti per
un lungo traverso che ci riporta sulla verticale del punto di partenza.
Scendendo
di quota la visibilità migliora progressivamente. La manovra è stata
più facile del previsto. Sento già dietro di me qualcuno che scalpita e
qualche urlo liberatorio.
Verso la cima ancora nuvole ma sopra di noi e verso valle l’azzurro sta per farla da padrone. L'Eisbrüke
Ci
fermiamo ad ammirare il giusto premio alla nostra fatica. In alto a
destra possiamo ammirare l’Eisbrüke, mentre sotto di noi si estende la
Vedretta di Vallunga; dietro di noi la nebbia si è un po’ diradata ma la
visibilità è ancora ridotta.
Ora ognuno può dare libero sfogo alle
proprie abilità sciistiche su di una neve perfetta. Puntiamo verso il
Rifugio Pio XI con l’idea di fare una sosta per mangiare qualche cosa e
goderci l’ultimo sole. Poi ci inoltreremo nella parte bassa della
Vallunga verso Melago dove abbiamo l’appuntamento con il taxi che ci
riporterà a Maso Corto.
Sono le due e mezza del pomeriggio di una
domenica di metà aprile veramente indimenticabile. Ho deciso di starmene
seduto con la schiena appoggiata al muro del rifugio a godermi con gli
occhi chiusi un bellissimo sole primaverile.
Bevo l’ultimo sorso di tè che mi è rimasto nel thermos. Le voci e gli schiamazzi degli amici si fanno sempre più lontani.
Dal
ghiacciaio, che è sotto di noi, arrivano ventate d'aria fresca, carica
di un profumo che solo in questo ambiente ed in questa stagione si può
percepire.
E’ una miscela d'odore di neve, di terra bagnata, di mughi e d'erba.
E’ un vero e proprio "massaggio", non solo per le mie narici e per i miei polmoni ma anche per il mio spirito.
Apro
gli occhi. Gli amici mi chiamano. Gianni si avvicina; mi dà una gran
pacca sulla spalla e mi apostrofa dicendo: "Te la sei vista brutta là in
alto, eh?… Ti si leggeva in faccia che non sapevi più che pesci
pigliare. Hai girato e rigirato quella carta una decina di volte, per
non parlare poi della bussola e dell’altimetro che sono invecchiati di
botto di almeno dieci anni. Ma ne siamo usciti bene anche questa volta.
Bravo il nostro CAPOGITA!".
Vorrei dirgli che il merito non è mio
ma di Sara, ma non so come spiegarglielo e da quale parte iniziare.
Meglio lasciare perdere.
Diamo un ultimo sguardo verso la Palla
Bianca, ora finalmente è completamente visibile e inondata dalla luce
del sole. E’ bellissima.
Scivoliamo velocemente verso Melago.
Siamo puntuali all’appuntamento con il taxi. Il tempo necessario al
viaggio di ritorno è all’inizio piacevolmente impegnato in chiacchiere e
programmi per le prossime uscite. Poi la stanchezza prende il
sopravvento e ci assopiamo.
Ognuno rincorre i propri pensieri.
Mentalmente scorro il "film" della giornata. Bella, bella davvero, nonostante il cambio di programma.
Sara ha gli occhi chiusi; la testa appoggiata sulla spalla di Gianni che le è seduto accanto.
Bravo Gianni. Avevi proprio ragione: Sara è veramente in gamba!
Nessun commento:
Posta un commento