lunedì 21 giugno 2010

Senza ritorno

[omissis]
Ma non mi sentivo soltanto invaso dalla paura, il mio stato d’animo non ruotava esclusivamente intorno al rimpianto del senso di sicurezza legato al concetto di casa; il timore per ciò che avrei incontrato lassù era intessuto di attrazione e desiderio di mettermi alla prova accogliendo la sfida: mi sentivo irresistibilmente risucchiato e nessuna forza al mondo avrebbe potuto trascinarmi via.
Quale straordinaria sensazione doveva scaturire dall’essere appeso come un ragno nel mezzo di una parete alta mille e cinquecento metri, liscia e verticale. Sarebbe stata un’emozione mai provata, e inoltre sapevo che la parete non presentava di per sé pericoli oggettivi.
Era difficile, pazzescamente difficile, ma non pericolosa: solo roccia compatta, nessun rischio di valanghe o blocchi che si staccano, e sarebbe stato facile ridiscendere dalla via di salita.
Ma la paura restava comunque: paura dell’ignoto.
Non sapevo di preciso che cosa mi intimorisse; non il pensiero che la corda potesse rompersi, perché questo non succede se non negli incubi; né mi preoccupavo dei chiodi che avrebbero potuto venire via, o del cattivo tempo.
Ero conscio che avevamo l’attrezzatura necessaria per affrontare praticamente ogni evenienza.
Non avevo paura di morire, non avevo mai contemplato questa eventualità... sempre che fossi stato sincero con me stesso. Ma lo ero realmente?
Forse era proprio di me stesso che avevo paura, paura delle mie reazioni, paura di provare paura?
Il Trango agiva come un’enorme calamita con due poli, uno che attirava e l’altro che respingeva. Talvolta esercitava entrambe le forze allo stesso tempo, sia un’attrazione verso la parete, sia la paura di essa.
[omissis]

dal cap. 2 di Senza Ritorno - Hans Christian Doseth ed. Alpine Studio

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