[omissis]
Ma non mi sentivo soltanto invaso dalla paura, il
mio stato d’animo non ruotava esclusivamente intorno al rimpianto del
senso di sicurezza legato al concetto di casa; il timore per ciò che
avrei incontrato lassù era intessuto di attrazione e desiderio di
mettermi alla prova accogliendo la sfida: mi sentivo irresistibilmente
risucchiato e nessuna forza al mondo avrebbe potuto trascinarmi via.
Quale
straordinaria sensazione doveva scaturire dall’essere appeso come un
ragno nel mezzo di una parete alta mille e cinquecento metri, liscia e
verticale. Sarebbe stata un’emozione mai provata, e inoltre sapevo che
la parete non presentava di per sé pericoli oggettivi.
Era difficile,
pazzescamente difficile, ma non pericolosa: solo roccia compatta,
nessun rischio di valanghe o blocchi che si staccano, e sarebbe stato
facile ridiscendere dalla via di salita.
Ma la paura restava comunque: paura dell’ignoto.
Non
sapevo di preciso che cosa mi intimorisse; non il pensiero che la corda
potesse rompersi, perché questo non succede se non negli incubi; né mi
preoccupavo dei chiodi che avrebbero potuto venire via, o del cattivo
tempo.
Ero conscio che avevamo l’attrezzatura necessaria per affrontare praticamente ogni evenienza.
Non
avevo paura di morire, non avevo mai contemplato questa eventualità...
sempre che fossi stato sincero con me stesso. Ma lo ero realmente?
Forse era proprio di me stesso che avevo paura, paura delle mie reazioni, paura di provare paura?
Il
Trango agiva come un’enorme calamita con due poli, uno che attirava e
l’altro che respingeva. Talvolta esercitava entrambe le forze allo
stesso tempo, sia un’attrazione verso la parete, sia la paura di essa.
[omissis]
dal cap. 2 di Senza Ritorno - Hans Christian Doseth ed. Alpine Studio
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