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mercoledì 23 novembre 2011
mercoledì 9 novembre 2011
Nelle terre estreme
A tenermi attaccato alla montagna, a tenermi attaccato al mondo, erano soltanto due sottili chiodi di molibdeno al cromo piantati in un centimetro di acqua congelata.
Eppure più mi arrampicavo, più mi sentivo a mio agio. [...]
In simili frangenti senti nel petto qualcosa di prossimo alla felicità, non però quel genere di emozione sul quale contare.
Nelle scalate solitarie l'intera impresa è tenuta insieme da una certa temerarietà, un adesivo non molto affidabile.
Jon Krakauer, Nelle terre estreme
Eppure più mi arrampicavo, più mi sentivo a mio agio. [...]
In simili frangenti senti nel petto qualcosa di prossimo alla felicità, non però quel genere di emozione sul quale contare.
Nelle scalate solitarie l'intera impresa è tenuta insieme da una certa temerarietà, un adesivo non molto affidabile.
Jon Krakauer, Nelle terre estreme
lunedì 1 agosto 2011
A passo d'uomo
Per me, occidentale (per nascita) dell’epoca moderna, ogni montagna è sacra.
Ogni spinta della terra verso l’alto rappresenta simbolicamente un’ascesi, un tentativo della materia di farsi spirito. Ogni salita è un ponte teso verso l’alto, un ponte che in qualche modo, prima o poi, tutti devono percorrere.
Ogni montagna merita un pellegrinaggio ed è solo con questo spirito “pellegrino” che l’alpinista si può considerare tale, il resto è solo sport, cronaca di atleti e di sfide, coraggiose forse, ma sterili se ancorate solamente alla dimensione materiale.
Questa camminata rappresenta il mio pellegrinaggio pagano alla ricerca di ciò che sono, ciò che dovrei essere e di ciò che vorrei diventare.
Forse rappresenta solo un sogno, un voto, una follia.
Si tratta di un viaggio fisico ma, sopra ogni cosa, si tratta di un viaggio nelle desolate geografie dell’anima e nelle misteriose foreste di simboli che la montagna rappresenta.
I viaggi privi di obbligo sono oggi i più necessari, il viaggio è un invito alla meditazione. Il viaggio fu necessario a Keruoak, Holderlin, Nietzsche, Chatwin, solo per citare alcuni dei pensatori che dal viaggio hanno tratto la necessaria ispirazione per le loro opere.
Il viaggio come ritorno alla natura, il passaggio al bosco di Junger, il ritorno all’origine e all’autentico che sfugge alla presenza della modernità.
Il viandante in fondo non viaggia che per ritornare.
Attraverso la solitudine, la durezza della natura e la stanchezza, ho cercato di comprendere un po’ di più di me. Senza troppe illusioni, senza troppe aspettative e senza troppe ambizioni ma soprattutto senza alcuna fretta, a... passo d’uomo.
Nicola Cozzio, A passo d'uomo
http://nicolacozzio.org/index.php
A volte dietro ad opere coraggiose e profonde si nascondono uomini che, con la fama, diventano irraggiungibili, al punto da diventare entità evanescenti, dei nomi, altisonanti, ma meri nomi, e con la distanza che pongono tra sè e il mondo come fosse un ponte invalicabile, parte del loro talento si (dis)perde in quell'aurea di sacralità che fa perdere di vista la loro umanità.
Ho avuto la fortuna e l'onore di parlare con l'Autore: nonostante il talento e l'acuta sensibilità artistica, peraltro poliedrica e multidisciplinare, è rimasto un uomo vero, pronto al confronto, disponibile a parlare con il suo lettore, umano, troppo umano forse, ma maledettamente vero, senza fronzoli ed orpelli, diretto, autentico.
Solo quando l'autore non è un nome, ma un uomo, quello che viene scritto può diventare un po' più nostro, di tutti, un dono per l'umanità, un'esperienza universale nata dall'intuizione e dalla sensibilità di chi ha un cuore e non di chi si nasconde dietro ciò che scrive.
Grazie, Nicola, grazie di aver condiviso con noi il tuo viaggio.
giovedì 26 maggio 2011
Umanamente folle e follemente umano fascino della montagna
La montagna e’ una febbre che ti prende in un certo momento della tua vita e ti resta dentro, anche se il mondo va cambiando intorno a te, anche se i muscoli un giorno dicono basta e la famiglia reclama i suoi spazi, e forse altre ragioni di vita meno egoiste e più nobili vengono a sovrapporsi nel corso del tempo.
Nonostante tutto amanti della montagna si resta e si continua ad osservarla con sguardo obliquo, cercando vie di salita, vagliando i colori e la grana della roccia, soppesando le condizioni del ghiaccio nell’algida luce di un’alba o nel riverbero di un tramonto.
L’attaccamento alla montagna non si misura con gli anni e forse nemmeno con l’azione.
Si misura con la passione.
Questo e’ il fantastico, enigmatico, umanamente folle e follemente umano fascino della montagna, dove non ha senso ciò che si vede, ma solo quello che non si vede ma che si sente.
Gli amanti della montagna sono persone all’apparenza normali che amano, soffrono, sperano, si commuovono, si arrabbiano e hanno paura proprio come le altre persone, ma hanno occhi speciali perché sono stati misteriosamente accesi, posseduti, plasmati ed infine trasformati dalla stessa passione: la Montagna.
MAL DI MONTAGNA
di Enrico Camanni
Nonostante tutto amanti della montagna si resta e si continua ad osservarla con sguardo obliquo, cercando vie di salita, vagliando i colori e la grana della roccia, soppesando le condizioni del ghiaccio nell’algida luce di un’alba o nel riverbero di un tramonto.
L’attaccamento alla montagna non si misura con gli anni e forse nemmeno con l’azione.
Si misura con la passione.
Questo e’ il fantastico, enigmatico, umanamente folle e follemente umano fascino della montagna, dove non ha senso ciò che si vede, ma solo quello che non si vede ma che si sente.
Gli amanti della montagna sono persone all’apparenza normali che amano, soffrono, sperano, si commuovono, si arrabbiano e hanno paura proprio come le altre persone, ma hanno occhi speciali perché sono stati misteriosamente accesi, posseduti, plasmati ed infine trasformati dalla stessa passione: la Montagna.
MAL DI MONTAGNA
di Enrico Camanni
lunedì 21 giugno 2010
Senza ritorno
[omissis]
Ma non mi sentivo soltanto invaso dalla paura, il mio stato d’animo non ruotava esclusivamente intorno al rimpianto del senso di sicurezza legato al concetto di casa; il timore per ciò che avrei incontrato lassù era intessuto di attrazione e desiderio di mettermi alla prova accogliendo la sfida: mi sentivo irresistibilmente risucchiato e nessuna forza al mondo avrebbe potuto trascinarmi via.
Quale straordinaria sensazione doveva scaturire dall’essere appeso come un ragno nel mezzo di una parete alta mille e cinquecento metri, liscia e verticale. Sarebbe stata un’emozione mai provata, e inoltre sapevo che la parete non presentava di per sé pericoli oggettivi.
Era difficile, pazzescamente difficile, ma non pericolosa: solo roccia compatta, nessun rischio di valanghe o blocchi che si staccano, e sarebbe stato facile ridiscendere dalla via di salita.
Ma la paura restava comunque: paura dell’ignoto.
Non sapevo di preciso che cosa mi intimorisse; non il pensiero che la corda potesse rompersi, perché questo non succede se non negli incubi; né mi preoccupavo dei chiodi che avrebbero potuto venire via, o del cattivo tempo.
Ero conscio che avevamo l’attrezzatura necessaria per affrontare praticamente ogni evenienza.
Non avevo paura di morire, non avevo mai contemplato questa eventualità... sempre che fossi stato sincero con me stesso. Ma lo ero realmente?
Forse era proprio di me stesso che avevo paura, paura delle mie reazioni, paura di provare paura?
Il Trango agiva come un’enorme calamita con due poli, uno che attirava e l’altro che respingeva. Talvolta esercitava entrambe le forze allo stesso tempo, sia un’attrazione verso la parete, sia la paura di essa.
[omissis]
dal cap. 2 di Senza Ritorno - Hans Christian Doseth ed. Alpine Studio
Ma non mi sentivo soltanto invaso dalla paura, il mio stato d’animo non ruotava esclusivamente intorno al rimpianto del senso di sicurezza legato al concetto di casa; il timore per ciò che avrei incontrato lassù era intessuto di attrazione e desiderio di mettermi alla prova accogliendo la sfida: mi sentivo irresistibilmente risucchiato e nessuna forza al mondo avrebbe potuto trascinarmi via.
Quale straordinaria sensazione doveva scaturire dall’essere appeso come un ragno nel mezzo di una parete alta mille e cinquecento metri, liscia e verticale. Sarebbe stata un’emozione mai provata, e inoltre sapevo che la parete non presentava di per sé pericoli oggettivi.
Era difficile, pazzescamente difficile, ma non pericolosa: solo roccia compatta, nessun rischio di valanghe o blocchi che si staccano, e sarebbe stato facile ridiscendere dalla via di salita.
Ma la paura restava comunque: paura dell’ignoto.
Non sapevo di preciso che cosa mi intimorisse; non il pensiero che la corda potesse rompersi, perché questo non succede se non negli incubi; né mi preoccupavo dei chiodi che avrebbero potuto venire via, o del cattivo tempo.
Ero conscio che avevamo l’attrezzatura necessaria per affrontare praticamente ogni evenienza.
Non avevo paura di morire, non avevo mai contemplato questa eventualità... sempre che fossi stato sincero con me stesso. Ma lo ero realmente?
Forse era proprio di me stesso che avevo paura, paura delle mie reazioni, paura di provare paura?
Il Trango agiva come un’enorme calamita con due poli, uno che attirava e l’altro che respingeva. Talvolta esercitava entrambe le forze allo stesso tempo, sia un’attrazione verso la parete, sia la paura di essa.
[omissis]
dal cap. 2 di Senza Ritorno - Hans Christian Doseth ed. Alpine Studio
giovedì 1 ottobre 2009
Le mani ti portano il freddo quando fuori di te il gelo assedia la vita,
ma intiepidiscono un viso quando lo sfiorano innamorate.
Sanno dare l'aria quando ti senti soffocare, e ad esse ti aggrappi durante i tanti cercare, invano, della vita.
In arrampicata esplorano il fragile e l'opulento, il minuscolo e l'attonito, ed è un pò come quando ami, esse partono da te e non sai mai il brivido che scrollerà l'attesa quanto profondo ti scaverà.
Succederà che le rimirerai giorni e anni dopo, alla ricerca di quel brivido, e come il vento qualcosa scompiglierà, magari i capelli ed è un'immagine abusata ma forse anche le labbra e cose così, apparentemente solide e ben formate...l'istante e l'incanto del cumulo di brividi di quel giorno riesumerà tutto d'un colpo, così finalmente potrai apprezzare quello che hai fatto e capirlo un pò di più.
Qui le margherite sono umili, così più realiste del loro destino, non hanno l'ansia che mi strozza anche oggi, quella morsa di voglia che combacia raramente con quanto potrei fare. Non hanno stelo, a milioni tappezzano il prato con corolle gialle e regali ma appiattite su un prato rasato da mucche e vento. Forse lo stelo c'è ma è sottoterra, così, come dovrei conservarlo anch'io, saperne l'esistenza ma relegarne la supponenza come certe maestre fanno con i bambini sapientoni, li zittiscono e li spingono a fondo classe.
Invece il mio, di stelo, continua a venir fuori, non ascolta il vento gelido delle mie paure e incapacità...sono sempre troppo in alto rispetto alla pianura delle cose da fare o da provare, e così loro, le margherite, vivono senza troppi problemi anche in questa valle sfondata dal vento dei 6000 metri che la chiudono mentre io cerco invano di coprirmi all'uragano di ambizioni che la vita mi scaraventa addosso.
Fabio Palma, Pensieri dal Perù
Sanno dare l'aria quando ti senti soffocare, e ad esse ti aggrappi durante i tanti cercare, invano, della vita.
In arrampicata esplorano il fragile e l'opulento, il minuscolo e l'attonito, ed è un pò come quando ami, esse partono da te e non sai mai il brivido che scrollerà l'attesa quanto profondo ti scaverà.
Succederà che le rimirerai giorni e anni dopo, alla ricerca di quel brivido, e come il vento qualcosa scompiglierà, magari i capelli ed è un'immagine abusata ma forse anche le labbra e cose così, apparentemente solide e ben formate...l'istante e l'incanto del cumulo di brividi di quel giorno riesumerà tutto d'un colpo, così finalmente potrai apprezzare quello che hai fatto e capirlo un pò di più.
Qui le margherite sono umili, così più realiste del loro destino, non hanno l'ansia che mi strozza anche oggi, quella morsa di voglia che combacia raramente con quanto potrei fare. Non hanno stelo, a milioni tappezzano il prato con corolle gialle e regali ma appiattite su un prato rasato da mucche e vento. Forse lo stelo c'è ma è sottoterra, così, come dovrei conservarlo anch'io, saperne l'esistenza ma relegarne la supponenza come certe maestre fanno con i bambini sapientoni, li zittiscono e li spingono a fondo classe.
Invece il mio, di stelo, continua a venir fuori, non ascolta il vento gelido delle mie paure e incapacità...sono sempre troppo in alto rispetto alla pianura delle cose da fare o da provare, e così loro, le margherite, vivono senza troppi problemi anche in questa valle sfondata dal vento dei 6000 metri che la chiudono mentre io cerco invano di coprirmi all'uragano di ambizioni che la vita mi scaraventa addosso.
Fabio Palma, Pensieri dal Perù
mercoledì 30 settembre 2009
Ci sono persone che sanno vedere la vita di soqquadro, magari la
descrivono con le parole, o con i gesti, o con racconti e libri, ma
insomma hanno un modo tutto loro di mettersi di fronte alle cose, e
spesso non è neanche un di fronte, è un di sbieco, te lo fanno capire
con due righe scritte, con un sorriso strano, o con una foto appesa in
un ufficio, ad addolcire una paratia, a mettere un confine fra quello
che si fa e quello che si è.
Insomma l'hai capito, è tutta questione di torcere un po' il collo e vedi che lo sguardo trasale, c'è tutta una visione diversa perfino di se stessi.
A me piace scrutare negli angoli delle cose e delle persone, dove magari c'è polvere, ed è quella che vorrei, o disordine, ed è quello che io sono, perchè trovami una persona viva che sia ordinata, la vita non si sposa con l'ordine, altrimenti sarebbe tutta piana e lineare e invece vedi quanti dossi incontri perfino appena giù dal letto, non c'è niente che vada dritto, e non c'è nulla che si ordini, ed in fondo anche questo è un valore, e così la pigna delle carte di tutti i giorni cresce perchè cade neve del devo fare ma anche, perchè no, ogni tanto scende un po' di nebbia a cambiare il faccio prima e il faccio dopo..
Magari anche tu, come me, ogni tanto voli via, anche quando parli con un altro, ogni tanto anche tu diventi altro di te stesso...
Fabio Palma, Concerto Verticale
Insomma l'hai capito, è tutta questione di torcere un po' il collo e vedi che lo sguardo trasale, c'è tutta una visione diversa perfino di se stessi.
A me piace scrutare negli angoli delle cose e delle persone, dove magari c'è polvere, ed è quella che vorrei, o disordine, ed è quello che io sono, perchè trovami una persona viva che sia ordinata, la vita non si sposa con l'ordine, altrimenti sarebbe tutta piana e lineare e invece vedi quanti dossi incontri perfino appena giù dal letto, non c'è niente che vada dritto, e non c'è nulla che si ordini, ed in fondo anche questo è un valore, e così la pigna delle carte di tutti i giorni cresce perchè cade neve del devo fare ma anche, perchè no, ogni tanto scende un po' di nebbia a cambiare il faccio prima e il faccio dopo..
Magari anche tu, come me, ogni tanto voli via, anche quando parli con un altro, ogni tanto anche tu diventi altro di te stesso...
Fabio Palma, Concerto Verticale
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